The King

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  • 16/08/2018
  • Antonio Corte
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Levataccia in una giornata di metà agosto, oggi non sono solo in questo viaggio, pedalo assieme a due amici, i “Double P”. Alle 5:30 si passa il casello di Vicenza est direzione Alto Adige, noi tre oggi andiamo a raggiungere il re, lo Stelvio. Due ore e mezza di strada in auto per arrivare a Laces e dopo aver parcheggiato le auto, scaricato le bike e vestiti da ciclisti si parte. La giornata non è soleggiata ma non dovrebbe nemmeno piovere pertanto la temperatura sembra proprio ideale per una lunga scalata che purtroppo inizia con un imprevisto, di botto la ruota posteriore di una delle biciclette si sgonfia e nello smontaggio ruota la catena va ad incastrarsi nel movimento centrale, a parte le mani annerite dalla morchia della catena con un po’ di pazienza abbiamo risolto il problema e siamo riusciti a partire.

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Venti chilometri con 300 m di dislivello positivo fra Laces e Prato dello Stelvio percorsi immersi fra i meleti quasi tutti sulla ciclabile, la via Claudia Augusta la pista che collega Merano al Passo di Resia. Quando si dice ciclabile in Alto Adige vuol dire pedalare su strisce di asfalto lunghissime e ben tenute o sterrati battuti e lisci facilmente percorribili con qualsiasi due ruote, non a caso questa tratta viene percorsa in bicicletta anche nella nota corsa ciclistica Verona-Resia-Verona.

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Il primo paese che troviamo dopo Laces correndo su un fondo a tratti sterrato in mezzo alla natura è Lasa e poco prima del paese durante il tracciato dopo aver passato un piccolo ponte di legno arriviamo in una baita con a fianco uno specchio d’acqua, il laghetto di Brugg passaggio e fermata obbligata per tutti i ciclisti, una cartolina al naturale.

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Prato dello Stelvio, qui inizia la salita, lunga, senza respiro, una salita lunga 25 chilometri che va a guadagnare 1850 m. di dislivello con i suoi 48 interminabili tornanti, senza respiro per due motivi, primo la strada non molla mai con pendenze che spesso vanno in doppia cifra, secondo motivo il traffico, praticamente pedaliamo assieme ad un serpentone di auto, moto e camper fino alla vetta, forse la data in prossimità del ferragosto non è la più azzeccata. Torniamo per un attimo a Prato dello Stelvio, 3700 abitanti e poco più di 900 m. è l’altitudine di questo paese di montagna della Val Venosta dove la lingua madre è quasi totalmente tedesca. Nei parcheggi e a fianco strada si vedono ciclisti in preparazione per salire, punto di partenza della salita qui si arriva da molte parti d’Italia e dall’estero per pedalare verso la notissima Cima Coppi. Come al solito “I ragazzacci” (compagni di viaggio) mi lasciano pedalare da solo iniziando a spingere sui pedali fin da subito mentre io, senza dispiacere, salgo con la solita flemmatica andatura da cicloturista.

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Passo in progressione Stelvio Paese, Ponte Stelvio, Gomagoi e Trafoi, qui ho trovato un nuovo compagno di viaggio che non mi lascerà più sino alla cima, il maestoso comprensorio dell’Ortles con la cima più alta delle Alpi Orientali, 3905 m. slm, bellissimo ed impressionante per la grandezza.

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Spulciando la rete sulla voce Trafoi ho trovato anche una curiosità che non conoscevo, questo paesino situato a quasi 1600 m. di quota ha dato la nascita, sessantasette anni fa, ad uno dei più grandi campioni di sci di tutti i tempi, Gustav Thoeni.

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Pratonuovo e poi una infinità di tornanti divisi solo da brevi tratti diritti, lo zig e zag continuo fa sì che man mano che si sale si possa vedere quasi sempre la strada sottostante appena percorsa, sembra un serpente che avvicinandomi alla vetta va ad aumentare di misura, l’avevo sempre visto in foto ma vederlo dal vivo è incredibile. Gli amici di viaggio sicuramente sono già arrivati al passo quando le scritte verniciate a terra mi indicano 3 km. all’arrivo, a tratti l’aria fresca a contatto con la pelle bagnata diventa fredda asciugando quasi del tutto la maglietta sudata.

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Un ultimo step per fotografare la lunga strada appena percorsa prima del superamento del valico, poche pedalate e sono in vetta. Sembra essere nel piazzale dello stadio di San Siro prima dell’apertura dei cancelli del derby di calcio cittadino, la folla, macchine ma soprattutto moto che quasi bloccano la strada, uno sguardo globale del posto e scorgo le mani alzate a mo’ di richiamo dei “Double P” che mi segnano la posizione di sosta, sicuramente arrivati mooooolto prima di me sono tutti e due indolenziti dal vento quasi gelido che tira qui sul cocuzzolo e li trovo in compagnia di Giuseppe e la sua compagna, un nostro amico di pedalate domenicali soprannominato da noi “Talebano” a causa di una barba rada ed incolta che portava negli anni scorsi, casualità trovarsi nello stesso giorno nella stessa ora al Passo dello Stelvio a più di 300 km. da casa, piccolissimo il mondo. Dopo aver Indossato un k-way e salutato i due amici turisti ripartiamo insieme per affrontare la lunga discesa, il freddo mi sta già prendendo le mani, non oso pensare i P&P aspettandomi al passo in che condizione sono, so solo che poco prima di partire per la discesa vedo il Paolo, quello lungo e secco sbiancare, non so se sia per il timore cronico che ha per le lunghe discese o per il sale bianco del sudore secco che si nota nella maglietta, con il viso tirato e sferzato dal vento mi dà l’impressione di vedere una aringa sotto sale sopra ad una bicicletta ☺, grande Paolo un sorriso riesci sempre a strapparmelo. Chi mi conosce lo sa, quando la strada inizia a scendere ed un pizzico di adrenalina mi si scioglie nelle vene, lascio correre la bicicletta lungo la strada, la velocità in discesa aumenta proporzionalmente alla lentezza che pedalo in salita e credetemi, in salita vado molto piano. Una visuale pulita nelle curve, sia nei primi 200 m. di dislivello sino al bivio ma anche dopo avere percorso il passo dell’Umbrail e passato il confine svizzero, un asfalto quasi perfetto con pochissimi avvallamenti, mi hanno fatto divertire talmente tanto da farmi dimenticare la fatica della salita, bello sarebbe poter risalire con un mezzo veloce e fare poi solo la discesa, forse un nuovo business per amanti delle discese come me.

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Poco meno di 1400 m. di quota e siamo a Santa Maria Val Müstair, fontana per approvvigionamento idrico, ci si toglie le giacche antivento e riprendiamo a pedalare, oddio, io cerco di riprendere a pedalare ma dopo 10 ore senza ingerire nulla tranne acqua le mie energie sono azzerate e così in concordato con i Compañeros decidiamo di effettuare la prima e purtroppo unica fermata di ricarica della giornata. Credo che in queste zone dopo le 14:00 nessuno pensi di mangiare, incredibile, abbiamo pedalato per un bel po’ prima di trovare un locale con qualcosa da mettere sotto i denti, niente pasta sia mai, nemmeno un tozzo di pane con una bella fetta di speck locale e qualche cetriolo in agrodolce, abbiamo pranzato con l’unica cosa che nel Sudtirol non può mancare mai, lo strudel, naturalmente accompagnato da un bel boccale di fresca birra.

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Alla ripartenza sento già le gambe soffrire meno e come me pure i pimpanti ed ancora arzilli Paoli, mi son fatto delle belle risate sotto i baffi nel vederli davanti a me duellare da Laudes a dopo Burgusio sulle salite brevi ma a tratti toste come pendenza, due schermitori pronti ad infierire la stoccata decisiva al compagno mentre l’altro tenta la parata e la ripartenza in attacco, gioco di forza e di tattica, a Roma direbbero “so’ ragazzi”.  

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Sono pochi chilometri da Burgusio a Campitello nel Lago della Muta piccolo bacino che riceve le acque dell’appena nato Adige per poi rilasciarle poco più a valle a quello che sarà alla foce uno dei fiumi più grandi d’Italia, a nord il Lago Resia che costeggiamo sulla sinistra tutto nella ciclabile sino al Passo.

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I panorami non mancano e sarebbe da fermarsi ogni chilometro per immortalare i riflessi di luce che il lago trasmette, posti indimenticabili.

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Le condizioni meteo sono cambiate, qualche goccia d’acqua fa sì che i programmi di ritorno cambino, a Resia abbandoniamo la ciclabile e restiamo nella statale passando veloci anche la galleria con il divieto alle biciclette, la strada si bagna e questo è il “la” per far partire i due puledri ancora freschi che iniziano a tirare a turno per tutto il tratto di falso piano che costeggia i due laghi. Girano ancora abbastanza bene le gambe e dopo aver passato Curon Venosta, San Valentino alla Muta, Burgusio per la seconda volta arriviamo a Malles, la SS40 non finisce mai, Sluderno e Spondigna poi si resta sempre nella stessa strada che diventa SS38 e qui iniziamo a correre con una andatura più tranquilla, più sicura visto il notevole traffico di auto e mezzi pesanti che corre su questa via. Lasa e Covelano li lasciamo a destra e passiamo Silandro, Vezzano e Coldrano arrivando così a Laces, punto di partenza di questo bel viaggio.

Abituato a viaggiare sulle tratte più impegnative con la bike assistita correre oggi con la bicicletta muscolare in certi frangenti ho sofferto la fatica, gambe legnose e qualche dolore articolare che oramai son diventati compagni di viaggio nei giri lunghi, d’altra parte il percorso non era per nulla leggero sebbene i numeri non siano eclatanti, 150 km. con quasi 3000 m. di dislivello non sembra un giro impossibile, forse la lunga salita iniziale o forse per il sale e scendi che abbiamo fatto per arrivare a Resia ci hanno fatto bruciare più risorse energetiche del previsto.

Un plauso alla provincia di Bolzano che dà la possibilità a tutti noi appassionati viaggiatori di correre tramite le favolose ciclabili attraverso posti incantevoli dove la vista di tanta bellezza fa attenuare anche la sensazione di fatica.

Un ringraziamento per la compagnia in questo viaggio alla sempreverde coppia dei Paoli, cavalli scalpitanti, ancora agguerriti nelle sfide che difficilmente sono riuscito a tenere imbrigliati, grandi.

P.S. Potete richiedere la traccia del percorso inviando una mail a info@bikevicenza.it o commentando l'articolo qui sotto.

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